
La morte di Giulio Regeni diventa ogni giorno di più una vicenda dai sapori acri e dai colori torbidi. L’inchiesta giornalistica del New York Times rivela senza ombra di smentite il coinvolgimento diretto delle forze di polizia egiziane e dei servizi segreti del regime di Al Sisi. Negare questo, fosse anche per la più delicata ragion di Stato, sarebbe un oltraggio alla memoria del giovane studioso friulano, della sua famiglia e di chiunque crede che nessun delitto può rimanere senza giustizia, ovunque avvenga. Purtroppo ci pare di avvertire l’odore fastidioso dell’insabbiamento, con la totale mancanza di atti concreti da parte del governo, dopo la timida convocazione – reciproca, peraltro – dell’ambasciatore arabo. Niente deve rimanere intentato per giungere rapidamente alla verità. I macabri dettagli della fine di Giulio altro non aggiungono se non gravità a un silenzio che non deve rimanere tale. Nessun cittadino italiano può essere rapito, seviziato, ucciso e oltraggiato, in alcun luogo del mondo. Se siamo un Paese responsabile, e lo siamo, si proceda con la richiesta di un processo immediato ai responsabili di questo omicidio di Stato che l’Egitto non può permettersi di continuare a negare.